EVENTO – Serata di riflessione nel 70esimo del Centro Salesiano con la ‘lectio’ di don Motto e don Ferraroli

ARESE – Serata di riflessione lunedì 26 gennaio al Centro Salesiano sull’educazione di ragazzi e adolescenti secondo lo spirito di Don Giovanni Bosco dal titolo: “Radici di futuro: Il Sistema Preventivo tra Stori e Profezia”. Conferenzieri don Francesco Motto, direttore emerito dell’Istituto Storico Salesiano e autore di molte pubblicazioni sul santo della congregazione, e don Renzo Ferraroli, direttore della sede aresina del Cospes Lombardia. Ad ascoltarli un uditorio formato da famiglie, catechisti, educatori, allenatori, suore e sacerdoti il cui impegno pedagogico quotidiano si fonda sui valori condivisi della fede cristiana cattolica.
Un quadro teorico-etico condiviso perché, come ha sottolineato don Motto: “Se uno è contro la solidarietà, come fa ad aiutare i ragazzi. Se è contro il dialogo, se è per la dittatura e non per la democrazia, per la partecipazione, per la pace, la libertà come fa a educare i giovani. Cioè, se condividiamo il contenuto, condividiamo gli strumenti, allora tutta la società è al servizio del minore, del ragazzo. Altrimenti, ciascuno fa la sua parte, ma siamo divisi e ovviamente il ragazzo sarà diviso ancora più di quello che noi possiamo pensare. Le linee operative per oggi sono la fiducia nell’educazione perché vale la pena impegnarvi energie e risorse”.
“Ma – ha anche sottolineato don Motto parlando al “suo pubblico” – l’educazione è un compito di tutta la società. Tutti gli adulti dovrebbero essere impegnati a educare i ragazzi. Don Bosco sogna il coinvolgimento di tutti perché diceva il futuro della società sono i ragazzi di oggi. Voi adulti se volete una società migliore, educate meglio i giovani. Ovviamente, tutti attraverso gli strumenti che si possono fare. Oggi la politica giovanile, strumenti giuridici, economici, orientamenti etici, morali. Educare è una missione, è un atto di amor continuo. Educatori non si nasce. Educatori si diventa. L’adulto non può scomparire. Il giovane non può crescere da solo. Non è autosufficiente, neanche il gruppo è sufficiente”.
Il filo conduttore di entrambi gli interventi di don Motto e di don Ferraroli è stata la “Speranza” (don Renzo vi ha anche appena pubblicato un libro dal titolo: “Scrivi Genitore leggi Speranza, genitori e figli alla conquista della vita”.
Ma come coniugare l’educazione con la speranza? Con autorevolezza, accettazione reciproca adulto-giovane, fiducia, amorevolezza, pazienza.
Con l’autorevolezza, non con l’autorità. L’adulto è autorevole se credibile come modello positivo dato che il ragazzo cercando la propria identità guarda all’identità dell’adulto.
L’adulto deve essere padre che non abdica alle proprie responsabilità di genitore (per cui guai al permissismo) – ha detto don Motto – ma non solo padre, deve essere anche un po’ fratello che parla la stessa lingua, che non giudica, che esperimenta le difficoltà, che combina qualche guaio assieme. E quindi affronta la vita come un fratello. Padre, fratello però anche amico. Chi è l’amico? Quello disponibile, simpatico, con cui si cammina, con cui ci si scambia le idee, un confronto. Padre, Fratello, amico nello stesso tempo. Magari secondo l’età del ragazzo. Fondamentale è che genitore e figlio si accettino. Se il genitore rifiuta un ragazzo, è fallito. Se il ragazzo rifiuta il genitore, è fallito. Allora il genitore deve accettare i giovani, l’allievo e il figlio, così com’è. Col suo diritto di affermare la sua personalità. E non come vorrebbe che fosse. È così i giovani devono accettare il genitore, l’adulto, l’insegnante, l’educatore”.
“Questa reciproca accettazione – hanno sottolineato i due sacerdoti, ognuno a suo modo – è fondamentale. Altrimenti c’è un gap. Non funzionano le cose”.
Il ragazzo ha bisogno di aver fiducia in se stesso e nei genitori per cui con amorevolezza e pazienza è bene non fare tragedie di ogni porta sbattuta. Non condannare subito il ragazzo. Forse ci sono delle attenuanti: l’ambiente, i caratteri, i compagni, gli amici, la scuola… Se c’è stata una sfuriata, lo strappo va ricucito. Bisogna riappacificarsi rispettando i tempi dei giovani, che non sono quelli degli adulti.
“Fare il genitore è una fatica eccome, – ha detto don Motto – anche fare il professore. Dietro una famiglia che si deve spezzare, non è così semplice, ma il concetto è quello di mantenere la familiarità anche in una famiglia che si è divisa”.
Si educa anche con la ragione, ossia il mezzo con cui si scopre il bene e si sta lontani dal male. Ossia il mezzo con cui si impara la libertà matura. E ragione vuol dire anche accettare il dolore, accettare la pazienza, il perdono, il rispetto. Vuol dire adattarsi agli ambienti, alle situazioni. Senza farsi schiacciare. Tenere conto delle debolezze del ragazzo, delle fragilità. Ossia accettazione. Per correggerle, riflettere, capire, far la prova, verificare come va, come non va.
Cambiare, adattarsi. Ho sbagliato un intervento, devo recuperare in un altro modo. Non fissismo. Importante è poi la relazione giovane-adulto che interrompa la solitudine dei giovani chiusi sui social nelle relazioni virtuali.
Ed ecco la speranza.
Don Ferraroli, valente psicologo e pedagogista del Cospes a cui ricorrono tantissime famiglie con e per i propri figli in cerca di ascolto e consigli, ha ricordato che ogni figlio porta la firma del proprio genitore.
“Alla base di tutto – ha detto don Renzo – dobbiamo avere questa fiducia: voi siete importanti. Prima del signor Google, ci siete voi. Il ragazzo arrabbiato, disadattato, prima di tutto è nostro figlio, non può non aver preso qualcosa di bello da noi. E seguendo Don Bosco, anche perché noi siamo figli di Dio, noi non siamo dei viventi destinati alla morte, ma siamo dei mortali che profumano di vita eterna o vita immortale”.
Ombretta T. Rinieri
Articolo pubblicato su “Il Notiziario” del 30 gennaio 2026 a pag. 58
