ADDIO – Tantissimi sabato al rito funebre, caratterizzato da una foto significativa…
ARESE – Non è esagerato dire che c’era una moltitudine di persone dentro e fuori la chiesa “Maria Aiuto dei Cristiani” sabato 7 febbraio al funerale di Manuel Piazza. Troppe, troppe, troppe per contenerle tutte all’interno di Mac, nonostante sia la chiesa più grande di Arese.
Decine di fotografie con la sua immagine al mare col dito alzato come quando, lasciata da parte l’educazione per la stizza, si manda a quel paese qualcuno che non merita stima, tappezzavano la chiesa e il sagrato come a volergli far dire alla morte: “Ti ho fregato, stronza”.
Sì, Manuel la morte l’ha fregata, ma non per se stesso. L’ha fregata per la sua Annalisa nella notte del 24 gennaio scorso quando a Trapani le ha fatto scudo col suo corpo mentre un’auto sbucata dal nulla piombava loro addosso.
Manuel, morto in Sicilia in un incidente stradale, era aresino. Aveva 37 anni. Faceva il falegname d’inverno e il sub d’estate giù in Sicilia, nelle isole Egadi. La sua Famiglia era già stata toccata dalla disgrazia anni fa con la perdita di uno dei suoi due fratelli, Cristian, morto anche lui in un incidente stradale. Poi la perdita del papà Mario e non tanto tempo fa della mamma Luciana, volontaria al canile.
Tragedie che straziano. Che possono spezzare chiunque. Ma a Manuel queste prove hanno forgiato il carattere, lo hanno fatto diventare forte, capace di prendersi cura delle persone a cui voleva bene.
Resiliente, come si dice oggi di chi stringe i denti e va avanti.
Aveva un fisico da “figo”, Manuel, amava i tatuaggi e oltre al mare aveva la passione per le moto Harley Davidson. E se non bastasse il gesto eroico con cui è volato in cielo a far capire chi era Manuel, ci hanno pensato la compagna Annalisa e gli amici a darne testimonianza in chiesa.
“Ti porterò nei tramonti sul mare, nel rumore delle onde, nel vento salato sulla pelle, – ha detto con voce spezzata la compagna Annalisa – anche se la tua perdita è pesante, io voglio pensare a te come a un dono. Il dono che tu sei stato per me. Mi hai insegnato che l’amore rende liberi e sicuri, che non fa male, ma protegge, che cura e non ferisce. Se oggi sono più forte è anche grazie a te, che mi hai dimostrato che anche quando la vita prova a spezzarti, non devi lasciarti andare. Tu sei stato un esempio di resilienza e coraggio… Sei nel cuore della tua famiglia, dei tuoi amici, di chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerti. Tutti qui ti vogliono bene e tutti custodiscono un pezzo del tuo modo speciale di essere…”.
“Devo farmi forza e sorridere perché tu non avresti voluto vedere tutti piangenti e tristi – ha detto fra i singhiozzi una sua amica – tu ci sei e ci sarai sempre perché tu eri la mia famiglia, sei stato e sarai per sempre il mio migliore amico e spero che le mie bambine in un futuro trovino un amico onesto, sincero e fuori di testa come te. Mi sono sempre sentita sicura a fianco a te e spero che anche loro trovino un’amicizia così pura”.


“
Ciao Manuel – riprendo dal saluto di un’altra cara amica – oggi il dolore è un mare in tempesta, profondo, scuro, che ci fa sentire piccoli e smarriti. Ma in questo blu intenso che oggi ci separa da te, voglio pensarti non scomparso ma immerso… Ti immagino sott’acqua mentre compi la tua immersione più lunga, nelle acque cristalline di Favignana che amavitanto. Immagino che tu stia pinneggiando, libero da ogni peso. Circondato da quel blu che era il tuo elemento, in una pace e in un silenzio assoluti. Ora la tua bombola è vuota,ma non serve più aria nelle bombole, perché il tuo spirito è diventato parte di quel mare infinito per l’eternità. Sei diventato corrente, onda , riflesso del sole che danza sui fondali di tufo. Sei luce purissima e infinita. A noi che restiamo qui, sulla riva, lasci il dono di averti avuto nelle nostre vite. Perché persone così come te, Manuel, sono uniche, speciali. Angeli di passaggio”.

“A trentasette anni – ha detto il sacerdote salesiano nell’omelia – non si dovrebbe finire una sera di gennaio tra il profumo di una cena e il rumore del porto sotto il metallo freddo di un’auto. Siamo un’assemblea di persone ferite e la domanda che sale dalle nostre panche non è una preghiera devota.
Io credo che nel cuore di ciascuno di voi ci sia un grido. Dov’eri Dio mentre la vita di Manuel si spegneva, lontano da casa? Non dobbiamo avere paura di questa rabbia, perché Dio non cerca degli spettatori educati che annuiscono al dolore. Dio cerca dei cuori veri. Dei cuori capaci di lottare con lui nel buio della notte.



Ma la croce è proprio il segno di quel Dio che si è lasciato sfasciare il cuore per dirci che nessuna morte, nemmeno la più violenta, nemmeno la più assurda, ci troverà mai più orfano. Questo è Dio. E in quel buio, Manuel, ha compiuto un gesto che oggi ci costringe a fermarci….in quell’istante fatale, mentre il mondo gli crollava addosso, non ha pensato a mettersi in salvo. Manuel si è fatto scudo. Ha usato il suo corpo per proteggere chi amava. Ha preso su di sé l’impatto per permettere alla vita di continuare in un altro. Non è solo un atto di coraggio estremo. E’ la traduzione in carne e sangue di cosa voglia dire amare”.
A salutare in chiesa Manuel il canto dell’Ave Maria. Sul sacrato, il rombo delle Harley Davidson.
Ombretta T. Rinieri
Articolo pubblicato su “Il Notiziario” del 13 febbraio 2026 a pag. 57
