Elvira Ruocco si prese cura per oltre vent’anni dell’archivio storico Alfa Romeo. Con dedizione e con il suo prezioso lavoro quello che era un ammasso di documenti senza criterio divenne un vero e proprio Centro di Documentazione, talmente prezioso da essere protetto dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali

ARESE – BOLLATE – “Il mio ricordo di Ugo Gobbato di oggi – ha detto Elvira Ruocco introducendo il proprio intervento – è basato sulla ricerca storica. Citerò alcuni documenti presenti nel Fondo direzione generale dell’Archivio Alfa Romeo di cui sono stata curatrice, che è uno dei nuclei più interessanti dell’attività aziendale dagli anni 40 fino alla fine della II Guerra Mondiale e vi racconterò qualche aneddoto”.
Nel racconto di Ruocco, la figura di Ugo Gobbato si è stagliata come quella di un dirigente operaio che resta al timone dell’Alfa Romeo nel periodo più difficile della sua storia e come uno dei più capaci dirigenti dell’industria automobilistica.
“Senza dubbio – ha raccontato Elvira Ruocco – l’anno di nascita dell’Alfa Romeo può essere considerato l’ordine di servizio del 7 aprile 1934 con cui Gobbato impostava in modo più razionale l’organizzazione dell’azienda. Sotto la guida di Gobbato, il Portello arrivò nel 1936 a occupare 6mila operai e il 1° aprile 1939 fu posta la prima pietra dello stabilimento aeronautico meridionale di San Martino.
A proposito dello stabilimento avio meridionale, leggendo un documento che riportava le parole di Gobbato, Ruocco ha ricordato le sue parole: “In questo stabilimento vogliamo fare che regni la più perfetta armonia e vogliamo soprattutto che tutto sia cristallino dal punto di vista dei lavori, della gestione e dell’economia” e “l’ingegnere Giovanni Masera, che lo diresse dal 1939 al 1943, durante un’intervista allo storico Ducio Bigazzi del 19 febbraio 1985, raccontò quello che gli disse Gobbato durante il colloquio di lavoro prima dell’assunzione: – Guardi ingegnere, lei faccia una bellissima cosa, prenda la sua borsa di studio e la riconsegni a chi gliela data, l’assumo e la mando in Germania per conto dell’Alfa Romeo. Lei potrà stare là un anno, due anni, il tempo che è necessario perché in questo momento io sto creando un nuovo stabilimento a Pomigliano d’Arco per fare motori d’aviazione -”.
Da un ordine di servizio del 14 ottobre 1936 risulta come Gobbato diede un grosso contributo alla creazione dell’archivio Alfa Romeo con la creazione di una biblioteca per la ricerca e la distribuzione in azienda di materiale di carattere tecnico e storico. Realizzò un nuovo servizio commerciale al quale furono affidati l’ufficio vendita autoveicoli, il servizio clienti che comprendeva l’ufficio pubblicazioni tecniche, l’ufficio ricambi e riparazioni e l’ufficio commerciale aviazione.
“Il 7 aprile 1938 – ha continuato Ruocco – una norma della direzione generale aggiornò i compiti del servizio assistenza proprio in merito alle pubblicazioni tecniche, ovvero ai libretti di uso e manutenzione, il manuale delle riparazioni e il cataloghi dei ricambi. Chi acquistava un’ Alfa Romeo, con il manuale di riparazione, poteva disporre di una pubblicazione che conteneva le norme non solo per il corretto uso della vettura, ma anche le caratteristiche principali, le prestazioni, i pesi, il rifornimento, consumi e una nomenclatura per le marche di ricambio. Più tardi costituì un archivio di lastre fotografiche, e nel ’39 fu disposta la creazione di album per illustrare le molteplici attività dell’azienda”.
Coinvolta come altre industrie nella II Guera Mondiale, l’Alfa Romeo fu costretta a decentrare molti reparti strategici in luoghi più sicuri rispetto a Milano. “Con una comunicazione interna del 5 aprile 1944 che testimonia la grande attenzione che Gobbato aveva nei riguardi del patrimonio storico dell’azienda – ha sottolineato Ruocco – fu disposto il decentramento di alcuni archivi per la loro salvaguardia. Alla fine del mese di dicembre del 1942 dispose che la direzione e progettazione ed esperienza fosse trasferita sul Lago d’Orta”.
All’Hotel Belvedere sul Lago d’Orta si trasferirono il progettista Giuseppe Busso e alcuni collaboratori della direzione progettazione ed esperienza. Poi dal ’43 al ’45, a Vittuone, fu stanziato il reparto motori, a Vanzago il reparto bulloneria, a Melzo la produzione ausiliaria, a Canegrate il reparto ingranaggi e nelle Grotte di Custoza il reparto per la produzione di alberi motore. Ad Armenio fu trasferito dallo stabilimento di Pomigliano il reparto aeronautico di cui era responsabile l’ingegnere Raimondo Gatti”.
In un’intervista rilasciata il 28 maggio 1985 a Bigazzi, ha ricordato Ruocco, Gatti raccontò come dalla direzione generale dell’Alfa ricevette l’ordine di portare i suoi disegnatori in una fabbrica di coltelleria vuota dell’Alta Italia di cui fu nominato intendente. In quella fabbrica, al piano terra era stato trasferito da Milano il reparto di costruzioni sperimentali per preparare gli autocarri del dopoguerra. Al primo piano una trentina di disegnatori portati da Napoli, inizialmente per la progettazione di velivoli e successivamente anche di cucine, mobili, infissi metallici e perfino un motoscafo da corsa.
“Gobbato – ha confermato Ruocco quanto già detto da Marino Parolin nella sul libro biografico sul dirigente – scongiurò inoltre la deportazione di operai in Germania. Una testimonianza della sua umanità si evince dal racconto di Guido Moroni, noto capo collaudatori, di un fatto accaduto a lui e a una trentina di colleghi: – Eravamo sul Lago d’Orta sfollati con la progettazione. Eravamo tutti in età di leva e avremmo dovuto essere in Germania. Ma eravamo stati sollevati. Un pomeriggio, l’ingegner Satta ci convoca tutti a Milano, presso l’ufficio del personale, dove su disposizioni i Gobbato fummo licenziati da impiegati e assunti come operai per poter continuare a essere esonerati – “.
A testimonianza di tutto quanto sopra diverse lettere di riconoscenza di operai salvati dalla deportazione, mentre sono state rinvenute anche lettere con cui Gobbato si interessava alla sorte di quegli operai che invece erano stati mandati in Germania senza che si potesse fare nulla per la loro liberazione. Su una di queste si legge una sua nota manoscritta: “Cerchiamo di fare qualcosa”.
“Dava anche una grande importanza alla formazione professionale – ha spiegato Elvira Ruocco – avendo voluto una scuola aziendale. Con l’ordine di servizio numero 1 del 25 gennaio 1938 la scuola aziendale passò alle dirette dipendenze della segreteria direzione generale. Era suddivisa in due sezioni distinte: scuola di tirocinio per ingegneri e per industriali e scuola per apprendisti. Con una delibera del 29 luglio 1938 , contribuì alla creazione del dopo istituto, “Opera Nazionale Piccoli di Padre Beccaro”. Dai documenti ritrovati allora, risultò che già dal 1936 l’Alfa Romeo forniva all’istituto macchinari , maestranze e tecnici per la preparazione di reclute per le sue officine e in una lettera si legge tutta la riconoscenza e la gratitudine di questi ragazzi per l’ingegner Gobbato che si era interessato anche alle attività sportive. In particolare al gioco del calcio che faceva parte delle numerose attività del dopo lavoro aziendale come podismo, pugilato e teatro”.
Il gruppo calcio crebbe negli anni fino ad arrivare nella stagione 1939-40 a ben venti squadre formate da operai, impiegati e giovani apprendisti. Una di queste squadre, la Juve Alfa Pomigliano, riuscì ad arrivare in serie C, girone B2. E poi una curiosità, Valentino Mazzola, prima di indossare la maglia della Nazionale, aveva iniziato la sua carriera con la maglia rossa dell’Alfa Romeo”.
“Per quanto poi riguarda la progettazione – ha ricordato l’ex responsabile dell’archivio storico – con una nota del 1938, Gobbato affidò la guida della sperimentazione a un tecnico di sua fiducia, l’ingegner Wilfredo Ricart. Nella stessa cartella, un altro importante documento, è una comunicazione del 31 maggio 1941 con la quale mette tutto nelle mani di Ricart e dispone la sospensione di qualsiasi lavoro relativo ai prototipi S10 ed S11 e incarica l’ingegnere spagnolo di progettare una loro vettura. Mi ricordo che un giorno con Busso commentammo questa disposizione dicendomi che quei prototipi erano sofisticati e non incontravano il favore dei tecnici, specialmente quello di Enzo Ferrari che le chiamava ‘spiritose invenzioni’.
Secondo quanto raccontato da Elvira Ruocco, Ferrari viveva in quel periodo un forte conflitto ideologico tale per cui si dimise dall’Alfa Romeo, pur “considerando Gobbato un suo maestro”.
“Un ricordo molto più diffuso fra quelli che lo avevano conosciuto – ha continuato Ruocco – è quello che Gobbato, uomo di officina passava nella fabbrica, specialmente di notte durante la guerra. E lo faceva non solo per osservare il comportamento del personale, ma anche per poter scambiare qualche parola di incitamento, per fare qualche correzione , o per controllare la buona esecuzione tecnica del lavoro. Per Gobbato la formazione era al primo posto. Quando con una lettera del ’38 l’associazione dei periti industriali protestò per il fatto che quelli assunti dall’Alfa Romeo erano stati mandati a fare apprendistato in officina. Lui rispose tra l’indignato e l’ironico, che questi periti erano avvantaggiati perché potevano vedere come si lavorava in fabbrica, dato che gli studi tecnici devono essere integrati con quelli pratici. Una conferma di quanto aveva detto a Masera, quando l’aveva mandato in Germania. Il motto di Gobbato era: prima di produrre macchine bisogna saper fabbricare uomini”.
La chicca che riguarda questo grande direttore dell’Alfa Romeo, Ruocco la tira fuori dalla tasca al termine del suo intervento: “Un altro importante documento che testimonia la sua grande onestà – ha narrato – è una lettera bruciata salvata dal bombardamento sul Portello del 21 ottobre 1944, inviata da Gobbato ai cantieri navali Dalmazia e Versilia nella quale rifiutava l’accredito per le voci diarie e spese di viaggio in quanto avendo fatto coincidere i viaggi per questa società con altri impegni dell’Alfa Romeo non voleva trarne maggiori utili. Il ricordo di oggi che conserveremo è quello di un Gobbato, figura simbolo della Milano operosa, è quello di un grande manager dell’Alfa Romeo, di un uomo di una spiccata personalità. Provvisto di un grande senso dello Stato e del bene collettivo, che avrebbe potuto continuare a dare un grosso contributo all’industria e alla società italiana del dopoguerra”.
Ombretta T. Rinieri
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