INTERVISTA – parla la figlia di Marino Zuccheri, artista poliedrico e vero pioniere della tv di Stato

ARESE – Settant’anni fa, nel 1955, nasceva a Milano lo “Studio Rai di fonologia”, primo laboratorio a livello nazionale di musica elettronica. Nasce dallo spirito pionieristico dei musicisti Luciano Berio, Bruno Maderna e Luigi Nono con il contributo fondamentale di un tecnico del suono, Marino Zuccheri, figura poliedrica, che fu anche grafico, pittore e scultore.
Zuccheri, ricorda l’introduzione a un libro biografico a lui dedicato fu “interprete senza essere musicista, esecutore senza essere strumentista”, assolutamente indispensabile nella composizione elettronica.
Progettato dal fisico Alfredo Lietti, nello studio di fonologia attraverso nove oscillatori e la voce del soprano Katy Barberian si riproducevano con un taglia e cuci su nastro magnetico suoni non prodotti da strumenti musicali, che però venivano a questi mixati con un effetto finale nuovo e avveniristico.
Dallo studio Rai di fonologia sono passati nomi importanti della musica e della letteratura. Oltre Berio, Maderna e Nono , John Cage (inventore della musica sperimentale), Stockhausen, Pousser, Umberto Eco. Solo per citarne alcuni.

Il 14 giugno scorso si è tenuto in Rai il convegno: “70 anni dello Studio di Fonologia”, organizzato da NoMus (Museo del Novecento), al termine del quale la Rai ha dedicato una targa in memoria di Berio, Maderna e Zuccheri al quinto piano di corso Sempione 27, nello spazio dove una volta si trovava il laboratorio. Dal 2008, completamente ricostruito presso il Museo degli strumenti musicali del Castello Sforzesco.
All’evento erano presenti le figlie di Marino Zuccheri, Giuliana e Marilena. Noi abbiamo incontrato Giuliana nella sua casa di Arese, città in cui per tanti anni ha vissuto anche il padre Marino. Ce ne racconta la vita e le passioni

“Mio papà – comincia Giuliana – era nato il 28 febbraio 1923 a Dignano d’Istria. Aveva studiato in un istituto tecnico ed era diventato radiotelegrafista. Così, scoppiata la guerra, venne mandato in Sicilia. Qui fu fatto prigioniero dagli inglesi e portato ad Algeri. Liberatosi, tornò in Istria per unirsi ai partigiani e liberare la sua terra dall’occupazione nazifascista. Una scelta giusta, ma non là. Perché i partigiani erano i partigiani di Tito che l’Istria se la voleva tenere tutta. Così nel ’47, a causa delle persecuzioni verso gli italiani, tutta la famiglia dovette lasciare quella che ormai non era più Italia. Andarono a Trieste. Fu un periodo triste. Gli istriani non venivano accolti come fratelli, ma come fascisti che scappavano dal paradiso comunista”.
Zuccheri ebbe sempre molta nostalgia dei suoi luoghi natali. Ma andò comunque avanti. A Trieste si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti dove apprese pittura e scultura. Nel ’48, grazie alle sue competenze radiofoniche, venne assunto in Rai.
“In Rai c’erano i compositori, Maderna e Berio – racconta Giuliana – che avevano l’idea di aprire questo Studio di sperimentale di fonologia e hanno cominciato a chiamare qualche tecnico. Ma nessuno resisteva. Finché non vi ha messo piede papà. Lo studio ha aperto nel ’55 e chiuso con lui nell’83, quando è andato in pensione e quando ormai erano subentrati i computer”.
Allo studio di fonologia Rai la passione era tale che si lavorava fino a sera inoltrata

“C’era fra loro – racconta Giuliana Zuccheri – un’amicizia molto fraterna e fra di loro c’era una vena ironica: papà istriano, Maderna e Nono veneti avevano instaurato la “Repubblica Veneta” per cui si parlavano in dialetto. L’unico estraneo era il ligure Berio. Mio papà era anche molto gioviale e famoso per i suoi scherzi. Lavoravano senza orari perché gli artisti non hanno orari. Ma a pranzo veniva sempre a casa. All’epoca si abitava in piazza Firenze, poco lontano dalla sede della Rai, e portava sempre con sé gli amici compositori. Io ho tanti aneddoti di quel periodo anche perché seguivo spesso mio papà allo studio. Una volta ha portato a casa John Cage, che su un quadernino dei pentagrammi mi dedicò una composizione fatta lì al momento”.
L’unicità di Marino Zuccheri era il saper interpretare con i macchinari (grandi come armadi) le idee dei compositori

“Con quei macchinari – continua Giuliana – ‘creavano’ qualsiasi suono. Poteva essere l’acqua versata nel bicchiere, la frenata del tram sui binari, il traffico cittadino, il ruggito di un leone. Potevano essere suoni piacevoli. Oppure striduli, metallici, acuti, anche fastidiosi. Le composizioni potevano servire per sigle televisive, per recite teatrali e concerti. C’era l’orchestra e l’ultimo strumento musicale era il macchinario elettronico. Non sempre era una musica orecchiabile. Era anche un po’ difficile, di nicchia”.
Zuccheri conosceva molti personaggi famosi e si interessava di arte

“Mi è capitato per esempio – ricorda Giuliana – di andare a trovare a Venezia il pittore Emilio Vedova che aveva il laboratorio in una chiesa sconsacrata. Doveva ideare qualcosa per il padiglione italiano dell’Expo di Montreal e chiese a papà di fargli la colonna sonora. Avevo 12 o 13 anni e mi piacque molto quell’ambiente. Al liceo sono andata a un concerto di Maderna alla Scala. Con Luigi Nono si è andati in vacanza in Sardegna tutti assieme con le famiglie. Quella di mio padre e dei suoi amici è stata la preistoria della musica elettronica. Adesso viene utilizzata nelle canzonette, però è nata lì”.

Meno noti di Zuccheri sono i lavori artistici, che invece hanno avuto prestigiosi riconoscimenti e premi. Nel 1950, per esempio, vinse una medaglia d’oro a un concorso di scultura con la riproduzione di Salvador Dalì. Un’altra la vinse con la caricatura di Einstein.
Ombretta T. Rinieri
Articolo completo del pezzo pubblicato su “Il Notiziario” del 18 luglio 2025 a pag. 50
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