MEZZOVICO –L’automobilismo è nel dna della Famiglia Romeo, anche nei matrimoni. Ne è una conferma Daniela Maestri Romeo, nipote di Nicola Romeo e madre dello scrittore Matteo Sartori, ha sposato il pilota non professionista (gentlemen driver) Giannetto Sartori che, come ha sottolineato la giornalista moderatrice dell’evento Laura Confalonieri, vice direttore di Quattroruoteclassiche, ha certamente contribuito ad alimentare il mito competitivo dell’Alfa Romeo.
I piloti non professionisti corrono per il piacere della competizione. A tracciare un ritratto di Giannetto Sartori è stato dal palco di Mezzovico Gippo Salvetti, amico di lunga data della Famiglia Maestri Romeo-Sartori, presidente e socio fondatore il 14 febbraio 1972 assieme al fratello Stefano e a Claudio Bonfioli, Guido Delli Ponti, Emilio e Giorgio Garavaglia di Alfa Blue Team, un gruppo di ‘alfa-faziosi’ come ama definirsi, che poco più che ventenni ebbe l’idea di collezionare vetture del Biscione, acquistando vecchie auto usate oggi gioiellini da ammirare: Giulia TZ, 2600 sprint, 1900 Sprint, 2600 SZ, 2000 Spider, Giulietta SZ eccetera.
“La collezione – si spiega nel sito del club – è focalizzata sul dopoguerra fino alla fine degli anni 80 quando il Marchio è passato sotto l’egida di Fiat Auto. Ma non solo auto. Motori diesel, avio, autocarri leggeri e pesanti, automobilia varia ed esemplari unici, le piccole serie”.
“Il mio intervento è doppio, – ha annunciato Gippo Salvetti – sono due contributi. Un ricordo mio personale, e uno del nostro socio Gianfranco Bonomi, che è stato molto amico di Giannetto. Con lui ha condiviso tanti bei ricordi. Adesso è un po’ avanti con l’età e risiede a La Spezia. Mi ha chiesto di leggere questo contributo che adesso vado a raccontarvi:
“Il mio amico Giannetto è stato per me una persona speciale. Stare con lui così spesso e così bene, noi due da soli e senza intrusi di ambo i sessi, non era mai una cosa banale, con un dietro le quinte denso di interessi collaterali, vivi e sentiti, eravamo coniugati da intese che non erano solo accadimenti, ma sentimenti trasmessi con empatie reciproche.
Andavamo anche in tanti altri luoghi d’Italia che apprezzavamo a far scorribande stimolanti. Siamo stati a correre ad Imola e al Mugello, ma anche a Varano o a Misano, e in Francia, su e giù per quelle strade, stradine, nei vari rally. Sulle Alpi francesi del Sud e due volte a Montecarlo, nell’istorica notturno da Torino fino all’alba.
Lui era stato allievo e anche gestito dal mitico Eugenio Dragoni, di quella famosa scuderia Sant Ambroeus di Milano, se non sbaglio, o del Portello, che era poi l‘Alfa Romeo. Dragoni era il grandissimo allevatore di giovani promettenti per le corse competitive, di auto corsaiole, su strada e in pista. Ne sono usciti tanti da lì e dai dintorni, e in quegli anni, diventati famosi.
Giannetto mi raccontava: “Mi sono laureato quasi solo per merito suo, in tempi giusti, mi dava le auto da correre solo se gli portavo il libretto dell’università. Sì il libretto dell’università, e con gli esami superati regolarmente, altrimenti ciccia. E si restava a casa. Gli devo molto, e non solo per le auto, e per gli insegnamenti, ma per la preziosa scuola guida sportiva e per le corse.
Il primo Montecarlo è stato quello del 2003, dopo una precedente winter marathon da Campiglio, in Trentino, nel Veneto. Con le speciali nel primo Montecarlo, senza traffico, fatte di corsa e velocità, tirate, era puro piacere, su e giù ancora per la Mendola o le palade da Merano, da Bolzano per divertirci, quando stavamo insieme nella casa di Tres in Val di Non, oppure correndo su in salita con la Giulia Spider Autodelta del Grande Chiti sul Bondone di Trento. Ricordando certe sue gare con il grande Tony Gomme che ci forniva i pneumatici, mi scuso per la supponenza che confina con la presunzione, ma preferisco raccontare questo senza timidezze fuori Luogo… Io lo ricordo e lo sento così ancora dopo tanti anni, e sento la sua assenza. Un tempo che ormai è lontano, ma che non è mai veramente finito. E’ stato bello, è stato facile, è stato comodo vivere insieme con lui, una cosa grande. Essere così con quella naturale complicità che ora langue ed è veramente un bel ricordo per me”.
“Questo è il ricordo di Gianfranco Bonomi – ha detto Salvetti al termine della lettura del contributo dell’amico di Giannetto Sartori, per poi proseguire. Il mio è questo che segue.
Tutti i soci dell’Alfa Blue Team hanno un soprannome: il Dritz, il Curva, il VP, l‘Aviatore, l’Axelino. Giannetto era la prima guida, perché era uno che sapeva andare forte bene, ma anche con quella sua gentilezza proprio di animo, di capacità,di spirito, di educazione, che aveva e la trasportava anche nella guida. Io non sono mai stato con lui come Gianfranco a fare delle corse. Però ricordo, eravamo ancora prima della fonderia, cioè dell’attuale sede dell’Alfa Blue Team, correva l’anno, direi ‘89, ‘90, ‘91, che con questa ‘Giulietta SZ’ (acquistata da Axel ed esposta a Mezzovico in bella vista durante l’evento CulturAlfa), che teneva insieme alle altre nostre, che un giovedì sera, gli ho detto:”Giannetto fammela provare, ma guidando tu, non guidando io”. Allora Gianetto l’ha tirata fuori. Mi sono bastati 5 chilometri per capire che aveva ragione la pubblicità del Carosello di una volta che diceva: “Io pensavo che il mio bucato fosse bianco finché non ho visto il tuo lavato con Dixan”. Cioè tutti noi giovani, allora appassionati pensavamo di andare, non dico forte, ma di andare bene. Io vi posso solo dire che nel 1970-71, con la mia Giulia SS, che ho ancora, facevo la Serravalle con la tuta e il casco. Pensate se oggi passando Seravalle vedete uno che vi supera con la tuta e il casco dite: “Ma quello lì le menga giust?”. Eppure lo facevo. Ma lo facevo perché il mondo era così e pensavo di andare forte, di essere bravo con la Giulia SS, 217 cronometrati. Poi vai una volta con Giannetto e capisci che tu non sei nulla, cioè tu sei uno solo che pensava di andare veloce, che pensava di essere bravo. Però è così.
Un’altra volta, invece, per ricordare in 53 anni di Alfa Blue Team, ci hanno rubato due automobili: una la Giulia Promisqua Colli, giugno 1983. Nella casa nostra in Toscana, scendo una mattina dopo un raduno del Riar, non c’è più la macchina. Vabbé, penso, che sia stato uno scherzo di qualche socio del Riar. Invece passa il tempo, ma la macchina non si trova. Morale l’hanno rubata. 1983, 29 novembre. Nasce il nostro primogenito Alessandro. Tutto bene, arriva Natale e mia moglie chiede: Quest’anno è stato un bell’anno. E dico: Sì sì, abbiamo ritrovato la Giulietta, perché nel frattempo l’avevamo ritrovata. Mia moglie non mi ha parlato per un mese circa. Però io ho detto: Scusa, ma guarda che la nascita di Alessandro era controllata a vista.
La seconda automobile invece non l’abbiamo più trovata, era la Giulia 16 Spider Veloce, targata Como, rossa, un modello fantastico, raro. Parliamo del 1977-78. La macchina era del ’64. Ce l’hanno rubata in via San Cristoforo, lungo i Navigli. Il dramma è stato forte. La pena è stata forte. Però Giannetto ne aveva una uguale col motore leggermente preparato dall’Autodelta. Succede che un giorno arriva in fonderia con questa 16 veloce, sapendo che ce l’avevano rubata. Dice:”Gippo, dai vieni che te la faccio provare, visto che è una macchina che ci tenevi e che hanno rubato, se vuoi facciamo un giro“.
Allora, io già non guido volentieri le auto degli altri. Poi a guidare con di fianco Giannetto, capite che era un attimo. Prendo la macchina. Prima. Seconda. Accelero un po’, ma senza esagerare. Faccio qualche bel punta-tacco per farmi vedere che proprio non sono uno sprovveduto. Qualche bella doppietta in scalata, senza esagerare. Giannetto di fianco. Però succede l’irreparabile. A un certo punto mi fermo a uno stop. Guardo a destra. Guardo a sinistra per partire, e impugno il volante (in un certo modo, ndr). Giannetto mi guarda e fa: “Eh no. Quello lo fanno solo i camionisti”. Ho finito, grazie”.
O.T.R.
Qui il video integrale dell’evento
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